Da un Natale all’altro

di Anna Vertua Gentile

Nella vasta cucina il ceppo di pino crepitava la sua agonia in uno sfoggio ardente di brage ammucchiate, che spandevano nell’oscurità, calore odoroso e luce fantastica.

Dolfo, finito di rigovernare, scopare, rimettere tutto nell’ordine abituale, aveva, per economia, spenta la lampada pendente dal soffitto; e, seduto su uno dei panconi ai lati del focolare, si crogiolava fumando la pipa.

La bragia gli batteva in volto un colore rosso, che dava al suo volto dai baffoni brizzolati e i capelli irti e canuti, un aspetto strano.

Di fuori, nella fredda notte di dicembre, il vento ululava spazzando le nuvole dal cielo e scuotendo la neve dalle piante.

Ogni tanto, una folata rabbiosa si cacciava per il fumaiuolo del camino e guizzava giù con un urlo ad avvivare le brace, scomporle, morire in cenere le più arse.

Dolfo con una gamba accavallata su l’altra e le braccia conserte, continuava a fumare con un puff puff regolare e lo sguardo vagante nell’aria rossastra, che i ricordi animavano di figure e scene, di persone e di luoghi.

Di solito, a quell’ora, Dolfo dormiva sodo, su nella sua cameretta, attigua a quella del padrone. Ma quella era la notte di Natale; e il vecchio soldato, che credeva in Dio, eseguiva fedelmente per abitudine ed anche per convinzione, le pratiche religiose; vegliava per assistere alla Messa di mezza notte, che il Curato doveva celebrare nella chiesuola del paese. Vegliava senza impazienze, nel silenzio e nella solitudine, rifacendo la via del suo passato di cinquantasei anni. Il passato d’un galantuomo; semplice, un po’ monotono, con qualche sprazzo di luce viva, fatta di entusiasmo giovanile, di fedeltà, di schietto sentimento del dovere, di amore per il paese.

Titolo: Da un Natale all’altro
Autrice: Anna Vertua Gentile
ISBN: 9791222032290
Costo ebook: 0,99
Formato: epub, mobi
Collana: Tallia
Sottocollana: Le Riscoperte n°30
Pubblicato il 8 dicembre 2022

Tempesta e Bonaccia

di Maria Antonietta Torelli Vollier (Marchesa Colombi)

Ed ora, signori lettori, che ci siamo reciprocamente presentati scambiandoci le carte da visita, come si usa tra le persone ammodo quando non hanno la fortuna di potersi vedere, tiro via colla mia storia. Non vanto illustri avi, né sono figlio di paltonieri. Appartengo all’umile classe dei borghesi. Non sono né ricco né povero. Ho trent’anni.
Quattro anni sono mi accesi d’una grande passione; feci le debite pazzie, e poiché le donne sogliono misurare e compensare l’amore a seconda delle pazzie che fa fare, fui, come di ragione, riamato. E per quella volta la donna mia non prese abbaglio, dacché io l’amassi davvero con un trasporto che non avevo mai conosciuto prima. Napoleone III o non so chi altri, pronunciò una parola meritamente celebre: «Quanto dura l’eternità in Francia?» Se il plagio non deprezzasse la mia trovata, sono certo che diverrei altrettanto famoso dicendo: «Quanto dura l’eternità in amore?»
Rinuncio alla celebrità ma non al motto: «Quanto dura l’eternità in amore?»
Ahimè! In tutta buona fede avrei accettato allora di passare la vita senza un’altra gioia, né un altro affetto, né un altro interesse, né un’altra ambizione, fuorché l’amore di quella donna. Non mi credevo suscettibile di altro sentimento. Al confronto di quell’attrazione potente, irresistibile, gli altri sentimenti mi sembravano meschine convenzioni sociali.
Alcuni amici s’avventurarono a dirmi:
– Massimo, non pensi che è sleale corteggiare la moglie d’un altro, e, peggio, d’un amico? La tua coscienza non ripugna dallo stringere sorridendo la mano d’un uomo che tradisci?
È la frase consacrata.

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Cara Speranza

Una raccolta di racconti scritti alla fine dell’Ottocento, dipingono con acume e ironia la vita e le aspettative delle genti della Pianura Padana.

Dal primo racconto che dà il nome al libro:

Si chiamava Amalia. Però, malgrado quel nome gentile, era una fra le più rozze campagnuole delle risaie, quando si presentò in casa nostra ad offrirsi come serva.

S’era messe le scarpe per la solennità della circostanza, ma, appena vide il pavimento lucido del nostro gabinetto, rimase sbigottita e si curvò come per levarsele. Ci volle di molto a persuaderla d’entrare calzata com’era.

Tuttavia non era timida nè selvatica, come sono, per lo più, le contadine; le pareva soltanto una mancanza di rispetto il mettere sul nostro pavimento le scarpe che aveva strascinate, per una lunga camminata, nella polvere della strada maestra da Momo a Novara. Ignorava ogni elemento di civiltà, e, nella sua cortesia istintiva da persona buona, inventava una civiltà a suo modo, che riesciva grottesca, sebbene, a conti fatti valesse forse quanto la nostra. Infatti nella China si tolgono le scarpe prima di entrare nelle case. È questione di usanze.

In tutta la persona dell’Amalia si vedevano le traccie della vita e dei lavori delle risaie. Aveva ventisette anni ma ne dimostrava quaranta. Il volto era pieno di rughe, i capelli, folti sulla fronte, erano tanto radi sul cranio, che frammezzo alle ciocche, tirate nella legatura, si vedeva la pelle bianca sollevarsi.

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