Versailles, 1725. Nelle sale dorate del palazzo più splendente d’Europa si nasconde un pericolo mortale. La regina Maria Leszczyńska teme che qualcuno stia avvelenando lentamente il suo corpo fragile, ma la verità è ancora più inquietante: una setta di alchimisti, ossessionata dall’idea di creare un “Re Illuminato”, trama nell’ombra per purificare il sangue reale con rituali proibiti.
In suo aiuto giungono due enigmatici stranieri: Julie e Hervé LeClerc. Pittori di corte in apparenza, nascondono un segreto millenario. Vampiri antichi, legati da un amore e da un destino che superano il tempo, si muovono tra balli sfavillanti e catacombe oscure, tra intrighi di corte e magie alchemiche.
Mentre il confine tra luce e tenebra si fa sempre più sottile, Julie dovrà scegliere se rivelare la propria vera natura pur di salvare la sovrana… o rischiare di perdere tutto.
Un romanzo di intrighi, passioni e misteri occulti, dove la storia si intreccia con il fantasy gotico in un’avventura che cattura dall’inizio alla fine.
Chiudi gli occhi e cancella tutto quello che hai immaginato sui Celti. Quei guerrieri con elmi cornuti, quei druidi con pozioni magiche sono solo ombre sbiadite di una civiltà molto più complessa e affascinante.
Quando pensi ai Celti, cosa ti viene in mente? Probabilmente scene di battaglia, figure mitologiche, qualche immagine raccolta da fumetti o film. Ma la vera storia è molto più ricca, molto più umana.
I Celti non erano solo guerrieri. Erano filosofi profondi, con una società che oggi definiremmo sorprendentemente evoluta. Immagina comunità dove il diritto era un’arte, dove l’astronomia non era solo osservazione ma comprensione profonda del cosmo, dove la medicina era già una scienza raffinata.
Le loro donne non erano semplici comparse, ma figure centrali. I loro leader non erano solo condottieri, ma intellettuali capaci di guidare un popolo attraverso la conoscenza.
“Mistero Celtico” è più di un libro. È una porta spalancata su un mondo che abbiamo troppo a lungo frainteso.
Nella quiete apparente di una Berlino che respira storia e segreti, un nome sussurrato nel buio riporta alla luce un passato che nessuno ha mai osato guardare in faccia.
Giulia Leclerc, diplomatica antica quanto le alleanze stesse, viene chiamata a indagare su un evento sospetto nella corte berlinese. La morte improvvisa di un alto membro della stirpe immortale cela qualcosa di più di un semplice delitto: una trama sottile, cucita con ago d’argento, che affonda nei decenni della Guerra Fredda e nel cuore della gerarchia vampirica.
In una città che non dimentica e in cui ogni parola è un potenziale tradimento, Giulia dovrà decidere se fidarsi dei propri sensi… o della verità sepolta tra le pagine di un diario scomparso.
Il Filo di Platino è un universo narrativo condiviso, concepito come intreccio di storie, voci e linguaggi artistici diversi. Non si tratta soltanto di una serie di romanzi, ma di un progetto culturale più ampio, che unisce narrativa, musica e arti visive in una tessitura coerente e suggestiva.
Il nucleo centrale è costituito dai romanzi, ambientati in epoche e città differenti, ma legati da un filo invisibile: un destino antico che attraversa generazioni e personaggi, lasciando tracce di potere, memoria e sangue. Le storie raccontano di vampiri, mutaforma, esseri oscuri e mitologici, intrighi e segreti che si muovono nell’ombra della Storia ufficiale, con un’attenzione particolare alla profondità psicologica e all’atmosfera.
A questo percorso letterario si affianca la musica: una serie di brani originali, pensati come eco e controcanto delle vicende narrate. Le canzoni non sono semplici corollari, ma veri e propri tasselli dell’universo del Filo di Platino, capaci di ampliare l’esperienza del lettore-ascoltatore.
Il progetto include anche una componente visiva: illustrazioni, copertine e concept grafici che restituiscono il tono evocativo delle storie e accompagnano il pubblico in un viaggio immersivo.
Con il Filo di Platino vogliamo proporre un’esperienza di narrazione transmediale: non solo leggere, ma anche ascoltare, vedere e condividere. Un invito ad addentrarsi in un mondo stratificato e complesso, che intreccia mito e contemporaneità, emozione e riflessione.
Era una bellissima giornata primaverile, di quelle che nel mese di gennaio si possono godere soltanto a Nizza e nelle altre stazioni invernali.
Uno splendido sole entrava per le aperte vetrate e inondava di luce la sala del Grande Albergo di Nizza, dove in quella mattina v’era un’allegria insolita, un movimento di forestieri che uscivano, entravano, si salutavano allegramente e formavano dei crocchi aspettando l’ora della colazione.
Fuori, sulla terrazza, stava un gruppo di fanciulle in contemplazione del mare azzurro solcato da vele bianche e barchette nere; dentro, in un angolo riparato dal vento, il commendatore Paribelli leggeva ad alta voce sul suo giornale i gradi di freddo delle principali città d’Italia e volea far gustare a tutta quella gente la voluttà di trovarsi a 12 gradi Réaumur colle finestre aperte, mentre a Roma il termometro segnava 2, a Milano 5 e a Torino 7 gradi sotto allo zero. Egli era ricco, un po’ avanzato in età e s’era proposto di gustare assieme alla moglie gli anni, e sperava fossero parecchi, che ancor gli rimanevano di vita, e in quel momento si sentiva felice di trovarsi in un ambiente tepido e primaverile, colla prospettiva d’una buona colazione, della quale la moglie, che era andata ad informarsene dal primo cameriere, gli avea recato le migliori notizie.
In piedi, nel mezzo della sala il conte Mattei, appena ritornato da Monte Carlo, narrava gesticolando le vicende d’una partita di giuoco che gli aveva fruttato in quella mattina cinquemila lire, e gli amici lo stuzzicavano per fargli pagare una cena o almeno qualche bottiglia di vino generoso.
Seduto presso ad un tavolino scrivendo una lettera, se ne stava tutto solo un bel giovane biondo, dal tipo nordico, mentre poco lontano una signora inglese consultava il dottor Corradi, professore di medicina, sopra alcuni dolori reumatici che non la lasciavano riposare la notte. Quando, tutt’a un tratto, i discorsi furono interrotti e tutti gli sguardi si volsero verso due signore, che entrate appena attraversarono la sala per recarsi in quella da pranzo.
Una era d’aspetto piuttosto matronale, coi capelli brizzolati, lo sguardo vivace ed il portamento fiero, l’altra, si capiva subito, doveva essere la figlia; era giovane e molto bella, avea una di quelle bellezze che non possono passare inosservate, sia che s’incontrino al passeggio o che entrino in un salotto. Era alta, snella coi capelli dai riflessi dorati, con degli occhi scuri profondi, circondati da ciglia brune che contrastavano stranamente col colore chiaro dei capelli; sarebbe stata meravigliosa se non avesse avuto qualche cosa di stanco ed abbandonato in tutta la persona, la carnagione diafana e il respiro affannoso che la mostravano sofferente.
di Gemma Ferruggia Le riscoperte n°76 Data di pubblicazione: 25 dicembre
La piccola Regina Frescobaldi era sola e pensava. Ella era abituata alla solitudine quanto una donna vecchia, disillusa di tutti e d’ogni cosa: e abituata a pensare per credere di non essere sola.
I bambini dei poveri — quando sono intelligenti — godono di questo privilegio che culla la fantasia, prepara alla virtù del silenzio e alla più bella conquista individuale: bastare a sé stessi.
Tanto come dire che Regina Frescobaldi, quantunque avesse appena nove anni, non era una bambina. Il suo fondo cuore, già pieno di ricordi, non racchiudeva un solo raggio di luce schiettamente infantile. Pareva una posatrice consumata, alle bimbe della sua età: invece era sincera. Ella non sapeva, proprio, né divertirsi, né ridere. La donnina sorrideva, qualche volta: una sfumatura di sorriso che ispirava terrore e pietà agli adulti: le smorte labbra innocenti sembravano fare una concessione alla vita degli altri. E sembravano, anche, aver bevuto il sorriso breve — in cui balenava l’ironia — a una torbida acqua: come se una tragica coppa, ricolma di tossico misterioso, fosse stata offerta alla bocca già dolorosa, già consapevole dei fremiti che trattengono i singhiozzi; delle pieghe amare che sigillano lo sdegno.
Il testo raccoglie una serie di novelle che insieme rappresentano le varie sfaccettature dell’essere donna, in un’epoca che non è la nostra, ma con ragioni, sentimenti ed emozioni che travalicano il senso del tempo.
I secoli passano lasciando alle nuove generazioni una eredità di gloria o di dolore, di speranza o di sconforto, e spesso innanzi a diversi ideali, ad altre aspirazioni ed alla lenta ma inevitabile evoluzione del pensiero, della vita, della storia, perdesi il ricordo del tempo lontano; grandi figure scompaiono fra la nebbia, e l’oblio rende ignota l’origine delle nazioni, mentre la mente può smarrirsi se va studiando il lontanissimo passato. Ma non di rado avviene che le leggende, rimaste come prezioso ricordo nella coscienza popolare, conservano fra mille veli, nella semplice loro poesia o nell’epica grandezza il segreto del passato. In questo caso esse stanno come vittoriose vicino alla polve che ricopre ogni altra cosa; sono fiori che olezzano fra le spine, sono faci dalla luce pallida o sfavillante che appariscono fra l’ombra; sono la gloria o il pianto, le sventure o le credenze, l’odio o l’amore dei padri nostri. Esse possono ricordarci le grandi figure di uomini che li beneficarono e il pauroso aspetto dei loro oppressori; il tremendo sembiante delle divinità che andavano placate con orrendi sacrifizii, o la vanità che pareva persona, degli spiriti gentili ch’essi vedevano fra le rose e fra le nubi.
Autrice: Sofia Bisi Albini Le riscoperte n°42 Data di pubblicazione: 7 marzo 2023
di Carolina Invernizio Le riscoperte n°2 Data di pubblicazione: 14 novembre 2021
La mezzanotte era ribattuta a tutti gli orologi della città, quando Maria, la bella guantaia di Porta Vittoria, si decise chiudere il suo negozio. Aveva fatto così tardi, perchè era l’ultimo giorno di carnevale e gli avventori non erano mancati. Maria appariva stanca, abbattuta. I suoi grandi occhi azzurri, lieti e brillanti, si mostravano leggermente velati; i capelli finissimi castani, le cadevano in disordine sul collo e sulla fronte; le guancie aveva pallide, la piccola bocca sorridente, un po’ scolorita. Tuttavia era sempre affascinante: un abito di panno verde con corsaletto di panno bianco ricamato in spighetta dorata, dava risalto alla grazia delle tornite spalle e faceva spiccare la vita sottile, flessibile: alla leggiadra semplicità del suo portamento, univa un’altera castità.
In un giornale che va per la maggiore, ho letto di questi giorni un articolo di Luciano Zuccoli che voleva mettere in guardia i letterati contemporanei contro la invadenza del campo letterario da parte delle donne. Questa invadenza veniva designata dall’A. con un eufemismo galante, così: Il pericolo roseo. L’A. osservava che la prosa di romanzo, nel nostro tempo, sta diventando, in Italia, monopolio quasi esclusivo della donna. Scomparsi in pochi anni i migliori: Anton Giulio Barrili e De Amicis, Gerolamo Rovetta, Luigi Arnaldo Vassallo, sorgono a sostituirli nomi che sono quasi tutti femminili. E l’A. che questa prospettiva sgomentava, dopo aver gridato: all’ erta! cercava, contraddicendo se stesso, di diminuire la portata del pericolo negando alla donna in genere le attitudini a diventare scrittrice con un seguito di affermazioni non più consistenti di una bolla di sapone.
Tutte le campane di Poppi e della valle suonavano a festa in quella notte chiamando i fedeli alla messa di Natale, e pareva che a quell’invito rispondessero le campane di Soci, di Bibbiena, di Maggiona e di tutti i paesi e i castelli eretti sui monti brulli, che s’inalzavano fino all’Eremo di Camaldoli e al Picco della Verna, tanto era lo scampanìo che si udiva da ogni lato.
In una casa di Farneta, piccolo borgo sulla via di Camaldoli, la famiglia del contadino Marcucci era tutta riunita sotto l’ampia cappa del camino basso, che sporgeva fin quasi a metà della stanza. Il camino, nel quale crepitava un bel ceppo di faggio, era grande davvero, altrimenti non avrebbe potuto contener tanta gente, perché i Marcucci erano un subisso!
Il vecchio capoccia era morto, la moglie gli sopravviveva, e intorno a lei erano aggruppati i cinque figliuoli maschi, i quali avevano tutti moglie, meno l’ultimo, Cecco, che era tornato da poco dal reggimento, e aveva sempre addosso la tunica d’artiglieria. I quattro fratelli maggiori si ritrovavano di già la bella caterva di quindici figliuoli, fra grandi e piccini, così che fra la vecchia Regina, le nuore, i figliuoli e quei quindici nipoti, facevano venticinque persone. È vero che il podere era grande, ma se i ragazzi maggiori non si fossero ingegnati ad accompagnare col trapelo le carrozze che andavano a Camaldoli, facendo in su e in giù l’erta via tre o quattro volte il giorno, la famiglia Marcucci non avrebbe attecchito il desinare con la cena.
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